Il giusto ritmo del cuore, un’indagine da conoscere

Prende il via l’indagine civica regionale “Il giusto ritmo del cuore”, indagine finalizzata a raccogliere informazioni sul percorso di cura, sulle cause della malattia e sullo stile di vita delle persone che hanno avuto un episodio coronarico acuto.

Cittadinanzattiva-Emilia Romagna si fa portavoce delle esigenze delle persone che, dopo aver avuto un infarto miocardico acuto – IMA – e aver seguito il percorso previsto, si trovano nella necessità di avere informazioni sui percorsi di cura e di prevenzione di altri eventi cardiovascolari.

Chi coinvolge l’indagine?

L’indagine civica si avvierà a partire da ottobre 2019 – all’indomani della giornata mondiale dedicata alla salute del cuore – ed è rivolta alle persone residenti nella Regione Emilia-Romagna che hanno avuto un IMA e che sono state seguite dalla rete sanitaria territoriale nei 12 mesi successivi alla dimissione ospedaliera. Obiettivo? Comprendere quali percorsi assistenziali hanno seguito i pazienti e la qualità ed efficacia dei servizi assistenziali per la cura e la prevenzione secondaria di altri eventi cardiovascolari.
La metodologia dell’indagine prevede l’utilizzo di un questionario per le persone malate e uno per i medici di medicina generale e cardiologi territoriali allo scopo di rilevare i dati coerenti con l’obiettivo.

Al termine dell’indagine civica sarà realizzato un momento di restituzione dei risultati finalizzato a condividere riflessioni per migliorare i percorsi di cura e le informazioni necessarie per una corretta ripresa della vita quotidiana.
L’indagine civica si avvale del contributo non condizionante dell’Azienda Farmaceutica AMGEN.

Le malattie cardiovascolari in Italia

Le malattie cardiovascolari rappresentano in Italia come in tutti i paesi industrializzati la più importante causa di morte prematura e una delle principali cause di disabilità.
Se l’intervento nella fase acuta, nel caso d’infarto del miocardio, ha consentito negli ultimi anni di ridurre sensibilmente la mortalità immediata, la sopravvivenza a lungo termine non si è modificata più di tanto.
In questi anni le Regioni, per intervenire in modo efficace e tempestivo, hanno attivato un’organizzazione di reti cliniche cardiovascolari in grado di garantire assistenza qualificata e commisurata alla complessità dell’intervento richiesto dalle condizioni di salute. Ciò ha permesso sia per la fase acuta, che per la continuità delle cure, la presa in carico e la prevenzione delle persone con Infarto Miocardico Acuto (IMA).

Nel progetto “Mi sta a cuore. Indagine civica sull’accesso a servizi e percorsi di cura in ambito cardiovascolare e cerebrovascolare”, condotta da Cittadinanzattiva nel 2014, l’Emilia-Romagna risulta essere tra le prime Regioni ad attivare ed organizzare le reti cardiovascolari e cerebrovascolari.
Negli ultimi 40 anni la mortalità relativa alle malattie cardiovascolari è notevolmente diminuita, riducendosi del 63,7% (fonte: Forum Meridiano Cardio, “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, Roma 24 ottobre 2018).
Questo risultato straordinario è stato reso possibile da diversi fattori quali la consapevolezza dell’importanza di avere stili di vita corretti, l’esistenza di terapie farmacologiche che riducono il rischio di eventi avversi e che sono in grado di massimizzare sempre più l’efficacia del trattamento ed anche tecniche chirurgiche sempre più sofisticate.
Oggi però esistono ancora delle difficoltà in ambito cardiovascolare relative alla gestione della prevenzione secondaria. Un’analisi utile a dimostrazione di quanto affermato è il confronto tra i tassi di mortalità per infarto del miocardio acuto a 30 giorni e a 1 anno. Tra il 2010 e il 2016 infatti mentre il tasso di mortalità a 30 giorni si è ridotto di 1,82 punti percentuali (passando dal 10,42% all’8,60%), quello a 1 anno si è ridotto solamente di 0,49 punti percentuali, passando dal 10,66% a 10,17% (fonte: Forum Meridiano Cardio, “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, Roma 24 ottobre 2018. Op. Cit.).

Questo denota da un lato una grande capacità di gestire l’emergenza-urgenza al verificarsi del primo evento, ma dall’altro una non altrettanto efficacia nella gestione del follow up per questi pazienti che, dopo la dimissione ospedaliera, si perdono nelle “maglie” larghe della “rete” delle cure territoriali e rischiano spesso di incorrere in un secondo evento cardiovascolare spesso fatale a causa di trattamenti non adeguati, non aderenza alla terapia e stili di vita poco corretti (fonte: Forum Meridiano Cardio, “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, Roma 24 ottobre 2018. Op. Cit.).

L’importanza della prevenzione secondaria

E’ la prevenzione secondaria, infatti, l’anello debole del trattamento delle malattie cardiovascolari. Uno dei motivi è il mancato controllo dei fattori di rischio cardiovascolare. Trattasi di un fenomeno che coinvolge una quota molto importante di pazienti che, secondo i dati italiani, arriva anche al 50%. La mancata prevenzione ha un impatto pesante non solo in termini di qualità di vita, in casi gravi di decessi e/o disabilità, ma anche di ordine economico (fonte: studio condotto da Eehta – Centre for Economic Evaluation and HTA, Health Technology Assessment – all’Università degli Studi, Roma Tor Vergata) e sociale.
Un aspetto importante è la complessità dei pazienti gestiti dal territorio e dal servizio di cardiologia ambulatoriale. Infatti, i pazienti sono sempre più anziani, presentano più patologie e richiedono una gestione integrata che coinvolga più specialisti. A complicare ulteriormente lo scenario ha contribuito l’immissione nel mercato di farmaci molto efficaci ma complessi nella gestione quotidiana. Antiaggreganti a lungo termine, nuovi farmaci ipolipemizzanti, sono solo alcuni dei principali esempi. Tutti questi farmaci richiedono un costante monitoraggio e un’attenta valutazione dei rischi e benefici per identificare al meglio i pazienti che ne possono giovare.

Che cos’è il Piano Nazionale della Prevenzione

A livello nazionale, il Ministero della Salute ha approvato il Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018, che comprende tra i suoi macro-obiettivi: “Ridurre il carico prevenibile ed evitabile di morbosità, mortalità e disabilità delle malattie non trasmissibili”.
Il Piano Nazionale della Prevenzione è poi stato tradotto a livello regionale nei Piani Regionali della Prevenzione. Nei documenti proposti i cardiologi sono chiamati a svolgere un ruolo chiave, con gli infermieri e gli altri operatori sanitari dei loro reparti, insieme ai medici di medicina generale e ai medici ed operatori sanitari dei Dipartimenti di Prevenzione e dei Distretti. È venuto il tempo di sviluppare una cultura professionale comune per la prevenzione cardiovascolare e la promozione della salute. Solo questa sinergia interspecialistica (la medicina generale è una specializzazione) e interprofessionale sanitaria può raggiungere risultati misurabili di salute, collaborando con cittadini “co-gestori” del loro rischio cardiovascolare.

Infine, per intervenire e curare la persona nel luogo di vita, i servizi devono essere sempre più integrati. Non si tratta più di integrare servizi concepiti per essere divisi (medicina di base, medicina specialistica, medicina ambulatoriale, e ospedale), ma di definire un sistema unitario costituito da sottosistemi correlati e riorganizzati come tali (fonte: Cavicchi I, 2018, “Stati Generali della professione medica – 100 tesi per discutere il medico del futuro”, FNOMCeO Roma).

In apertura: foto tratta da Pixabay.com, @geralt

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