Malattie cardiovascolari, rischi e prevenzione

Le malattie cardiovascolari (angina pectoris, infarto miocardico acuto, ictus e arteriopatie periferiche) rappresentano la principale causa di morte e di invalidità nelle popolazioni europee, contribuendo, tra l’altro, al continuo incremento dei costi sanitari.
L’aterosclerosi, il processo patologico alla base di queste malattie, si sviluppa insidiosamente nel corso della vita, tanto che al momento dell’emergenza dei sintomi spesso la patologia è in stadio avanzato e il controllo terapeutico complesso.
Le malattie cardiovascolari possono inoltre esordire con gravi complicanze o causare serie conseguenze, tra cui anche la morte, in modo talmente improvviso da non consentire in tanti casi un intervento sanitario efficace.

Rischio cardiovascolare assoluto e relativo

I familiari di primo grado di pazienti con malattia cardiovascolare precoce, in quanto portatori di un rischio intrinseco di malattia più alto, sono considerati un obiettivo prioritario della prevenzione cardiovascolare nella pratica clinica. Per un’efficace attività medica di prevenzione del rischio è necessario individuare i fattori di rischio associati e/o predisponenti agli eventi cardiovascolari.
La valutazione del rischio assoluto è legata anche all’età, poiché aumenta progressivamente con l’avanzare dell’età. La conseguenza di questo fattore condizionante è che se l’attivazione di interventi di prevenzione primaria viene decisa in base alla sola valutazione del rischio assoluto questa si indirizzerebbe prevalentemente su persone anziane piuttosto che su soggetti giovani. Tuttavia negli anziani spesso il processo aterosclerotico è in fase avanzata e il successo degli interventi di prevenzione se attuati tardivamente sono meno soddisfacenti.

Rischio cardiovascolare relativo

Un’alternativa a questo inconveniente consiste nella valutazione del rischio relativo, che confronta il rischio assoluto di un soggetto con quello di persone di pari età. Gli interventi di prevenzione basati sul rischio relativo permettono di ridurre il rischio globale di soggetti giovani a più alto rischio relativo poiché vengono attuati quando i processi aterosclerotici sono in fase iniziale ed estendono per molti anni i benefici di un intervento precoce. Quindi i soggetti più giovani, pur svendo, per il fattore età, un minor rischio cardiovascolare assoluto, possono trarre importanti benefici da azioni preventive precoci e durature. La valutazione del rischio relativo può avere inoltre un favorevole impatto psicologico sui giovani motivandoli a migliorare i propri stili di vita.

Cura delle malattie cardiovascolari: a che punto siamo?

La medicina moderna ha compiuto grandi passi nella cura delle malattie cardiovascolari in generale e dell’infarto del miocardio in particolare. Tuttavia, le terapie sono complesse e spesso si deve ricorrere a reparti di terapia intensiva. Gli esiti di un infarto grave non sono mai scontati, non solo perché vi è sempre pericolo per la vita del paziente ma, superata la fase acuta, gli esiti a lungo termine non sono sicuramente definibili. Spesso è necessaria una terapia riabilitativa ed il soggetto va seguito periodicamente con controlli clinici, strumentali e di laboratorio complessi.
Quindi, il costo dell’assistenza è destinato a lievitare, sia per la continua sofisticazione delle procedure cliniche, sia per l’aumento dei numeri assoluti e relativi di tale patologia.

Che ruolo gioca la genetica nella prevenzione?

Oggi grazie alle conoscenze in campo genetico e all’identificazione di nuovi marcatori biologici indicativi di rischio in soggetti sani è possibile impostare una prevenzione delle malattie cardiovascolari su solide basi razionali. Quei soggetti portatori di una determinata targa genetica associata ad una difettosa regolazione dell’infiammazione saranno predisposti alle malattie in cui l’infiammazione gioca un ruolo importante. Questo costituisce il razionale per l’impiego di marcatori genetici che regolano l’infiammazione per formulare un profilo genetico individuale ad esempio predittivo di rischio di infarto del miocardio.
Più precisa è la rete di marcatori genetici maggiore sarà la precisione nella predizione di rischio. Tale predizione non è una diagnosi, ma solo una valutazione delle probabilità (rischio relativo) che un determinato soggetto possa nel tempo sviluppare malattie cardiovascolari.
L’integrazione dei fattori di rischio genetico con una rete di altri fattori anamnestici (sesso, familiarità positiva per l’infarto, presenza di diabete, presenza di periodontite) e fattori di rischio classici quali il BMI, il profilo lipidico ematico (colesterolo totale, HDL, LDL, trigliceridi) il livello di CRP e IL-6 circolanti e quello ematico di omocisteina, vit. B12 e folati può definire in modo sufficientemente preciso il rischio individuale e restringere le pratiche di prevenzione primaria e secondaria ad una popolazione ad alto rischio anche in età giovanile che beneficerà in maniera sostanziale degli interventi precoci a relativo basso costo per prevenire gli eventi cardiovascolari futuri.

La nuova carta del rischio cardiovascolare

La nuova carta del rischio cardiovascolare consiste in un test predittivo che si basa sull’analisi di polimorfismi allelici di geni coinvolti nella risposta infiammatoria che sono stati trovati associati ad un aumentato rischio di infarto acuto del miocardio. La nuova carta del rischio integra la componente genetica relativa a questi nuovi fattori di rischio con gli altri fattori di rischio classici, quali il profilo ematico dei lipidi, l’età, il BMI etc. Il gruppo di geni analizzato è stato selezionato dal gruppo di ricerca del Prof. Federico Licastro, del Dipartimento di Patologia dell’Università di Bologna sulla base di un’esperienza clinica e di ricerca pluriennale e includono single nucleotide polymorphism (SNP) nella regione promotrice dei geni: IL-1beta, ACT, IL-6, IL-10, VEGF, IFN-gamma e TNF-alpha.
Questo gruppo di polimorfismi è stato specificamente testato su un’ampia popolazione di pazienti con infarto del miocardio e di soggetti di controllo comparabili per sesso ed età, applicando una complessa comparazione statistica che ha anche utilizzato algoritmi matematici innovativi quali le reti neurali.

Come si applica la nuova carta del rischio? I test

Un piccolo prelievo di sangue periferico e la successiva separazione del plasma dalla componente corpuscolare permette di ottenere il plasma per l’analisi di laboratorio di routine (profilo lipidico) e i leucociti per l’estrazione del DNA genomico su cui effettuare l’analisi genetica.
In parallelo si raccolgono durante la visita medica le variabili epidemiologiche e fisiopatologiche del singolo.
Gli score assegnati alle singole variabili permettono di calcolare uno score complessivo del soggetto che viene poi inquadrato in tre diversi livelli di rischio.
In alternativa, invece del prelievo di sangue venoso, si può ottenere il DNA genomico raccogliendo cellule di sfaldamento della mucosa orale con una semplice spatola (vedi figura sottostante).

Con questa procedura non invasiva si riducono i costi dell’analisi, ma il soggetto deve provvedere autonomamente alla determinazione del profilo lipidico ematico e di altre variabili plasmatiche. Poiché queste sono già inserite nei prontuari convenzionali non comportano costi se non quelli relativi ad eventuali ticket sanitari.
Un foglio di raccolta del consenso informato per le analisi genetiche deve essere sempre consegnato e fatto firmare dal singolo soggetto che aderisce al protocollo.

A chi è rivolta l’analisi del rischio?

Uno degli ambiti in cui l’applicazione della nuova carta del rischio può dare maggiori frutti consiste nell’applicazione dell’analisi ai parenti sani di primo grado (figli/e, fratelli, sorelle) di soggetti che hanno sofferto di infarto del miocardio. E’ noto infatti che vi è una notevole familiarità per le malattie cardiovascolari in generale e per l’infarto in particolare.
Ricerche condotte recentemente sul territorio dell’Emilia Romagna infatti sostengono il concetto che i fattori genetici legati all’infiammazione sono rilevanti nell’individuazione del rischio cardiovascolare in figli di infartuati e SNP in geni con regolazione sulle risposte infiammatorie sono altamente associati al rischio della malattia e più frequenti nei figli di infartuati.
Una seconda popolazione da sottoporre all’analisi del rischio tramite la nuova carta del rischio sono i pazienti con diabete.
Infine si consiglia fortemente l’applicazione della nuova carta del rischio ai soggetti che praticano intensa attività sportiva sia pre-agonistica che agonistica onde diminuire l’incidenza di eventi cardiovascolari non prevedibili in soggetti apparentemente sani.
L’analisi dei singoli fattori di rischio presenti nella nuova carta permette anche di effettuare una consulenza medica personalizzata. L’intervento del medico può ottenere la normalizzazione di fattori modulabili con la dieta o la terapia e la modifica degli stili di vita.

Bibliografia essenziale
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Prof. Federico Licastro
Professore dell’Alma Mater
Dipartimento di Medicina
Specialistica Diagnostica e Sperimentale
Scuola di Medicina e Chirurgia
Università degli Studi di Bologna

Segnaliamo ai lettori che il Prof. Licastro, autore dell’articolo, può essere contattato per ogni chiarimento sull’argomento all’indirizzo mail segreteria@cittadinanzattiva-er.it.

In apertura: foto tratta da Pixabay.com, @geralt