Le malattie cardiovascolari rappresentano in Italia come in tutti i paesi industrializzati la più importante causa di morte prematura e una delle principali cause di disabilità.

Se l’intervento nella fase acuta, nel caso d’infarto del miocardio, ha consentito negli ultimi anni di ridurre sensibilmente la mortalità immediata, la sopravvivenza a lungo termine non si è modificata più di tanto.

In questi anni le Regioni, per intervenire in modo efficace e tempestivo, hanno attivato un’organizzazione di reti cliniche cardiovascolari in grado di garantire assistenza qualificata e commisurata alla complessità dell’intervento richiesto dalle condizioni di salute. Ciò ha permesso sia per la fase acuta, che per la continuità delle cure, la presa in carico e la prevenzione delle persone con Infarto Miocardico Acuto (IMA).

Nel progetto “Mi sta a cuore. Indagine civica, sull’accesso a servizi e percorsi di cura in ambito cardiovascolare e cerebrovascolare” condotta da Cittadinanzattiva nel 2014, tra le prime Regioni ad attivare ed organizzare le reti cardiovascolari e cerebrovascolari risulta essere l’Emilia Romagna[1].

Per intervenire e curare la persona nel luogo di vita, i Servizi devono essere sempre più integrati. Non si tratta più di integrare servizi concepiti per essere divisi (medicina di base, medicina specialistica, medicina ambulatoriale, e ospedale), ma di definire un sistema unitario costituito da sottosistemi correlati e riorganizzati come tali[2].

Nel report “Sulle politiche della cronicità del 2018” di Cittadinanzattiva Emilia Romagna risulta dalle Associazioni intervistate che lo specialista di riferimento dedica poco temo all’ascolto del malato (47%) e che spesso è difficile trovare sempre lo stesso specialista di riferimento (32%).  Inoltre per il 70% delle Associazioni intervistate il medico di medicina generale non si interfaccia con lo specialista di riferimento. Inoltre, nel report, si segnala che è importante motivare e agganciare la persona malata per una buona relazione e tempi di ascolto adeguati da parte dei professionisti.

Negli ultimi 40 anni la mortalità relativa alle malattie cardiovascolari è notevolmente diminuita, riducendosi del 63,7%[3].

Questo risultato straordinario è stato reso possibile da diversi fattori quali la consapevolezza dell’importanza di avere stili di vita corretti, l’esistenza di terapie farmacologiche che riducono il rischio di eventi avversi e che sono in grado di massimizzare sempre più l’efficacia del trattamento ed anche tecniche chirurgiche sempre più sofisticate.

Oggi però esistono ancora delle difficoltà in ambito cardiovascolare relative alla gestione della prevenzione secondaria. Un’analisi utile a dimostrazione di quanto affermato è il confronto tra i tassi di mortalità per infarto del miocardio acuto a 30 giorni e a 1 anno. Tra il 2010 e il 2016 infatti mentre il tasso di mortalità a 30 giorni si è ridotto di 1,82 punti percentuali (passando dal 10,42% all’8,60%), quello a 1 anno si è ridotto solamente di 0,49 punti percentuali, passando dal 10,66% a 10,17%[4].

Questo denota da un lato una grande capacità di gestire l’emergenza-urgenza al verificarsi del primo evento, ma dall’altro una non altrettanto efficacia nella gestione del follow up per questi pazienti che, dopo la dimissione ospedaliera, si perdono nelle “maglie” larghe della “rete” delle cure territoriali e rischiano spesso di incorrere in un secondo evento cardiovascolare spesso fatale a causa di trattamenti non adeguati, non aderenza alla terapia e stili di vita poco corretti[5].

E’ la prevenzione secondaria, infatti, l’anello debole del trattamento delle malattie cardiovascolari. Uno dei motivi è il mancato controllo dei fattori di rischio cardiovascolare. Trattasi di un fenomeno che coinvolge una quota molto importante di pazienti che, secondo i dati italiani, arriva anche al 50%. La mancata prevenzione ha un impatto pesante non solo in termini di qualità di vita, in casi gravi di decessi e/o disabilità, ma anche di ordine economico[6] e sociale.

Un aspetto importante è la complessità dei pazienti gestiti dal territorio e dal servizio di cardiologia ambulatoriale. Infatti, i pazienti sono sempre più anziani, presentano più patologie e richiedono una gestione integrata che coinvolga più specialisti. A complicare ulteriormente lo scenario ha contribuito l’immissione nel mercato di farmaci molto efficaci ma complessi nella gestione quotidiana. Antiaggreganti a lungo termine, nuovi farmaci ipolipemizzanti, sono solo alcuni dei principali esempi. Tutti questi farmaci richiedono un costante monitoraggio e un’attenta valutazione dei rischi e benefici per identificare al meglio i pazienti che ne possono giovare.

A livello nazionale è stato approvato il Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018[7], che comprende tra i suoi macro-obiettivi: “Ridurre il carico prevenibile ed evitabile di morbosità, mortalità e disabilità delle malattie non trasmissibili”.

Il Piano Nazionale della Prevenzione è poi stato tradotto a livello regionale nei Piani Regionali della Prevenzione. Nei documenti proposti i cardiologi sono chiamati a svolgere un ruolo chiave, con gli infermieri e gli altri operatori sanitari dei loro reparti, insieme ai medici di medicina generale e ai medici ed operatori sanitari dei Dipartimenti di Prevenzione e dei Distretti. È venuto il tempo di sviluppare una cultura professionale comune per la prevenzione cardiovascolare e la promozione della salute. Solo questa sinergia interspecialistica (la medicina generale è una specializzazione) e interprofessionale sanitaria può raggiungere risultati misurabili di salute, collaborando con cittadini “co-gestori” del loro rischio cardiovascolare.

 

SCOPO DELLO STUDIO

Lo scopo del presente studio è di acquisire informazioni su come le persone che hanno avuto un infarto miocardico acuto – IMA – siano state seguite dalla rete sanitaria territoriale nei 12 mesi successivi alla dimissione ospedaliera, l’aderenza allo stile di vita raccomandato e alla terapia farmacologica. Inoltre intende acquisire informazioni sulla presa in carico da parte dei Medici di Medicina Generale e sulle loro interazioni con professionisti per la gestione del paziente che ha avuto un episodio coronarico acuto.

La scelta è di raccogliere i dati dopo un anno dal primo evento cruciale per comprendere quali percorsi assistenziali hanno seguito i pazienti e la qualità ed efficacia dei servizi assistenziali per la cura e la prevenzione secondaria di altri eventi cardiovascolari.

La raccolta dei dati permetterà anche di avere informazioni sulla regolarità dei controlli per monitorare le condizioni di salute del cuore e vasi, l’efficacia delle terapie e la loro tollerabilità.

Si valuterà anche l’efficacia degli interventi sanitari volti a supportare una corretta terapia contro l’arterosclerosi e a favorire uno stile di vita adeguato.

Saranno coinvolti i MMG allo scopo di ottenere informazioni relative alla presa in carico e la gestione ambulatoriale dei pazienti cardiopatici, nonché all’aderenza a stili di vita salutari in un’ottica di prevenzione secondaria.

 

TIPOLOGIA DELLA POPOLAZIONE IN STUDIO

Saranno arruolati nello studio, in numero statisticamente adeguato (500/600), pazienti con IMA residenti in ER e curati dagli ospedali regionali nel triennio 2016-2018 e che hanno un follow-up clinico di almeno un anno dal primo evento.

Ciittadinanzattiva si avvarrà della collaborazione consolidata delle Associazioni per persone con malattie cardiovascolari che fanno parte del Coordinamento regionale malattie croniche e dell’Ordine/Federazione MMG.

 

SET DI INFORMAZIONI DA RACCOGLIERE, TIMING E ANALISI DEI DATI

La metodologia dello studio è di tipo quantitativo e prevede l’utilizzo di un questionario per i pazienti allo scopo di rilevare i dati coerenti con l’obiettivo: informazioni sul grado di consapevolezza della malattia da parte del soggetto e sul percorso compiuto dalla comunicazione della diagnosi al ricovero ospedaliero, alla presa in carico dopo la dimissione fino allo stile di vita attuale sia in termini di dati oggettivi che di “giudizi” sulle cure ricevute.

Per quanto riguarda i MMG il questionario rileverà dati relativi alla gestione ambulatoriale dei pazienti, le informazioni relative agli stili di vita corretti e alla gestione dei farmaci. Si indagherà la collaborazione/integrazione fra Specialista/Medico di Medicina Generale/Ospedale per una corretta gestione della persona con IMA.

Ogni Associazione di pazienti riceverà tutte le informazioni necessarie per supportare i propri associati che aderiranno al progetto di ricerca. Prima dell’avvio della somministrazione del questionario verrà svolta attività di formazione ai volontari designati a seguire le persone coinvolte a compilare il questionario.

A ciascun partecipante, prima di procedere alla compilazione del questionario verranno fornite informazioni riguardanti lo studio, l’utilizzo dei dati e verrà esplicitata anche una possibile veicolazione da parte dell’azienda sostenitrice .

 

DESTINATARI DEL PROGETTO

I destinatari del progetto sono:

  • cittadini
  • adulti che hanno avuto un episodio miocardico acuto
  • adulti con patologie cardiache
  • adulti con diabete
  • adulti con patologie croniche
  • caregiver di pazienti con cardiopatie
  • famiglie con pazienti con cardiopatie
  • scuole
  • professionisti sociosanitari
  • decisori politici e tecnici della RER e delle Case della Salute
  • comunità dei MMG
  • associazioni (con particolare riguardo a quelle delle cardiopatie)

 

[1] Mi sta a cuore (2014), indagine civica nazionale realizzata da Cittadinanzattiva.

[2] Cavicchi I, 2018, Stati Generali della professione medica 100 TESI PER DISCUTERE IL MEDICO DEL FUTURO, FNOMCeO Roma.

[3] Forum Meridiano Cardio, “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, Roma 24 ottobre 2018.

[4] Forum Meridiano Cardio, “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, Roma 24 ottobre 2018. Op. Cit.

[5] Forum Meridiano Cardio, “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, Roma 24 ottobre 2018. Op. Cit.

[6] Studio condotto da Eehta (Centre for Economic Evaluation and HTA, Health Technology Assessment) all’Università degli Studi, Roma Tor Vergata.

[7] Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018, Ministero della Salute.

 

In apertura: Immagine tratta dalla rivista INTIMA, Journal Medicine Narrative

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