Storia raccolta e scritta da Marilena Vimercati

 

Ho accorciato le distanze da chi amo

Mi trovo da sola nel nuovo appartamento alle prese con locali vuoti da arredare, scatoloni da disfare, mobili da sistemare. Unica compagnia, Emma, il mio schnauzer gigante. Mi mancano tanto le mie bambine, distanti ma, per fortuna loro, si trovano in un contesto migliore della città. Ci separano 250 km: io in Lombardia e loro in Liguria, 250 km azzerati più volte al giorno dalle videochiamate che ci consentono di sorriderci, di scambiare battute, di controllare insieme i compiti, di parlare “al futuro”, di allontanare la malinconia e di fortificare il nostro “amore”.

“Marmottina, non ho il punteruolo, come faccio a finire il lavoro del labbook di matematica?.”

Nessun problema: mi procuro il punteruolo, anticipo eventuali altre necessità nascoste, tappetino, fermacampioni e glitter colorati e, come faccio quasi tutti i giorni da quando sono bloccata qui, preparo un pacco in cui oltre al punteruolo metto un libro e un regalo sorpresa per entrambe.

Non mi dimentico della eroica Bi, la mia cara zia ultraottantenne che si sta occupando delle bambine: per lei una confezione di cioccolatini raffinati di cui è golosa, accompagnata da una scritta “Mangia Bi!”. Sì perché lei è uno scricciolo di donna che mangia pochissimo, un mucchietto di ossa fragilissime che però nascondono un tesoro, una forza d’animo unica dallo humor sconvolgente.

Telefono al corriere e in pochi giorni le bimbe potranno aprire il pacco dove troveranno non solo cose ma anche la carezza della mamma che queste cose accompagna.

Stiamo scoprendo un nuovo modo di essere vicine e di dare valore a gesti piccoli, come il ricevimento di un pacco, ma che in tempo di coronavirus, assumono un significato più profondo: è la mano della mamma che porge qualcosa allungando il braccio fino ad annullare la distanza fisica.

Le bambine e Bi sono la mia ragione di vita: in tutte le decisioni che ho dovuto prendere, talvolta anche dolorose, come recentemente la vendita della casa di famiglia, molto grande, piena di ricordi e tradizioni, di tante pagine di vita che mi hanno resa la persona di oggi, il pensiero guida è stato per loro.

Così eccomi nella nuova casa, in centro città, che consentirà alle bambine di raggiungere facilmente la scuola e a Bi di non sentirsi isolata.

Essere caregiver di Bi

E io? Nessun pensiero per me? No, non c’è tempo di pensare a me, alla tac che dovrei fare proprio in questo mese per scoprire se quell’ombra cresciuta dentro di me è rimasta delle stesse dimensioni.

Così quando ho sentito per la prima volta la mia amica parlare di caregiver, ho realizzato che questa parola mi si addice pienamente, anzi doppiamente: mi prendo cura della Bi, della sua limitata autonomia perchè  lei è la persona che mi ha fatto da madre e che, alla sua veneranda età, è ancora un aiuto importante e insostituibile per me prendendosi cura delle bambine nonostante i suoi problemi di salute; basta la sua presenza in casa a darmi garanzie che le bambine non sono sole, un sostegno non da poco per me, madre che vive da separata, che deve far fronte a tutte le incombenze legate alla gestione di una casa molto impegnativa.

Le devo molto e forse per questo non mi pesa prendermi cura di lei e come dico sempre “sistemata la BI, buona camicia tutti” rientro così nella categoria dei caregiver che vedono questo ruolo come l’occasione per ricambiare le stesse cure amorose ricevute in passato.

Essere caregiver di me stessa

Ma sono anche caregiver di me stessa: gestisco da sola la mia situazione sanitaria dopo i due interventi subiti per asportare due formazioni di melanoma: le visite, i controlli, le terapie, l’angoscia che non devo far trapelare quando sono con le bambine e la Bi ma rendendole però sempre partecipi di ogni ostacolo che devo superare.

In questo momento la mia salute passa in secondo piano: devo finire di preparare il pacco da spedire alle bambine, sistemare la casa nuova per renderla accogliente per loro, accudire Emma anche se questa pandemia mi ha fatto capire con tutta la brutalità di cui è capace che cosa sono gli affetti più cari.

 

Foto di Karolina Grabowska da Pixabay

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