a cura di Alberto Salvi

articolo pubblicato sul giornale l’Eco di Bergamo :https://www.ecodibergamo.it/stories/eppen/cultura/teatro/la-cultura-in-quarantena-alberto-salvi-a-levar-lombra-da-terra-morte-acci_1355101_11/ 

È sera. Non una sera diversa dalle altre. Tiepida, nonostante sia ancora febbraio. Quest’anno il freddo non ha fatto il suo e così la temperatura non è mai scesa troppo. Niente neve, peccato. In compenso al posto della neve è arrivata la pandemia. Il virus. In realtà, la cosa che mi sembra sia arrivata prepotentemente è l’isteria. Non c’è giornale, programma televisivo, sito internet che non parli del virus. Il china-virus. Una follia. Di cosa stiamo parlando? Questa è una influenza, nulla di più. E me lo ripeto: una fottutissima influenza, punto. È proprio vero che la paura è un buco nero dentro al quale si scivola in un attimo, e uscirne diventa poi un’impresa. E poi è comoda la paura, è una calamita. Attira l’attenzione, prosciuga tutte le energie così, poi, non si pensa più ai problemi reali, quelli che ci attanagliano da mo’, mica da ieri.

Ma non pensiamoci. Devo lavorare e non voglio distrarmi, che già mi riesce facile. Piegato sulla scrivania mi ostino a rimaneggiare un copione, l’Ubu re. Domani voglio consegnarlo ai miei ragazzi. Lo aspettano, gliel’ho promesso. Quel folle di Jarry ha scritto davvero un capolavoro. È di un’attualità disarmante. E poi è comico, buffo. Mi ritrovo a ridere, senza volerlo, ma non voglio. Non devo distrarmi, è tardi, voglio finire e andare a dormire. Domani è una giornata impegnativa. Al centro diurno mi aspettano i miei nonni con i loro racconti, e poi, al pomeriggio, i ragazzi. E alla sera, ancora, gli adulti con il corso di recitazione.

Be-beep. Ecco, te pareva. Come non detto. WhatsApp mi richiama al disordine. Maledetto. Ma guarda… mi scrivono proprio dal teatro dove domani sera andrò ad insegnare. “… vista l’ordinanza governativa, siamo costretti a sospendere i corsi fino a nuove disposizioni”. Eccola là. Niente, il panico dilaga. Assurdo, veramente assurdo. Ma sai cosa? Meglio così, sì, molto meglio così. Questo fermo, seppur incomprensibile, arriva a proposito. Sì, perché ho davvero una montagna di lavoro arretrato e finalmente potrò recuperare. Bene bene bene, ora me ne vado a letto e domani mi rimetto al lavoro.

Nell’alzarmi dalla sedia mi soffermo un istante con lo sguardo sulle mie gambe e noto un particolare affatto irrilevante. Ne manca una. Stropiccio gli occhi perché, va bene la stanchezza, va bene la luce fievole da poeta maledetto ma le allucinazioni anche no, dai. E invece sì, la gamba non c’è più. Che poi è strano, perché mica sento male. No, affatto. Semplicemente non c’è. Ne ho una sola, come se fosse normale averne una sola. E lì, dove prima si attaccava la mia bella gamba, è solo un po’ sfocato. Calma, mi ripeto, calma. È la stanchezza, sei fuso, devi dormire, tutto qui. Vattene a letto e vedrai che domani, quella bellissima gamba che ora non c’è più, sarà lì, esattamente dove dovrebbe essere. Perciò mi schianto a letto. E non faccio neanche fatica ad addormentarmi, stanco come sono. Domani. Domani sarà tutto a posto, vedrai.

E invece no.

L’indomani mi sveglio presto perché voglio che la giornata sia proficua. Voglio sfruttare tutto il tempo che ho a disposizione. Con me si alzano anche la mia compagna e mia figlia. Ma non la mia gamba. Lei continua a non esserci.

Comincio a preoccuparmi davvero. Che mi sta succedendo? Possibile che il mio cervello mi stia giocando un simile scherzo? Forse, da ragazzo, ho esagerato con le canne? Però mica son l’unico e, onestamente, non ho mai visto gente a cui spariva una gamba così, manco dopo essersi fumata una piantagione. Aaaah… ho capito. Sì, ora ho capito. È stato tutto quel bestemmiare. Dio, si è offeso e ora s’è preso la sua rivincita. Sempre detto che è permaloso.

Vabbè, basta cazzate, sono semplicemente sotto stress, tutto qui.

È evidente anche dal fatto che nessuno si è accorto della mia sindrome del fenicottero. È tutto normale, nessuno è scappato urlando, nessuno è rimasto pietrificato, nessuno mi ha chiesto “ehi, ma dov’è finita la tua gamba?”. Quindi, respira, amico mio, che va tutto bene. Suona il telefono, è il mio. Mi avvio per rispondere e, incredibile, cammino. Chi l’avrebbe mai detto. Non faccio nemmeno fatica, sembra che non l’abbia mai avuta la gamba. Certo non è un passo aggraziato, ma non è che prima fosse chissà che.

Al telefono è la responsabile del centro diurno per anziani. L’attività è sospesa, anche qui. Del resto, c’era da aspettarselo. Dicono che il virus colpisce soprattutto gli anziani, tant’è. Rimango dell’idea che si stia facendo un gran polverone intorno ad una questione assai meno complicata di come ci vogliono far credere.

Quante persone sono state colpite dall’influenza nello scorso inverno? E quanto sono stati gli sfortunati che ci hanno lasciato le penne? Perché non si tengono in considerazione questi dati? Non capisco, proprio non ci riesco.

Chiudo la conversazione e mi scappa l’occhio nello specchio della sala. È uno specchio alto e stretto, che ti prende a figura intera. Guardo con attenzione, sgrano gli occhi e mi rendo conto che è sparita anche l’altra gamba. Ora mi è rimasta solo la parte superiore del corpo. Testa, braccia, busto e poi niente. Vuoto.

Incredibile, ancora allucinazioni.

Eppure, nemmeno questa volta c’è stata una reazione da parte degli altri. Niente. Come se fosse normale non avere le gambe. Ma che cazzo.

Bevo il caffè e ascolto quello che mi dice mia figlia, serenamente, senza battere ciglio. Non ho le gambe, ma sembro l’unico a preoccuparsene. Per un attimo mi prende la voglia di afferrarla per il collo e urlarle cazzo cazzo cazzo non ho più le gambe, te ne sei accorta?!? Ma poi temo che mi prenda per matto, che scappi da sua madre piangendo e urlando mamma aiuto, papà è impazzito. Perciò taccio. Taccio e deglutisco, sperando che la mia angoscia scenda con la saliva.

Ora come mi alzerò da questa sedia? Va bene camminare con una sola gamba ma, senza, è proprio impossibile. Non mi resta che mostrare indifferenza. Non è successo niente, le mie gambe sono provvisoriamente sospese dalla loro attività, nulla di più. A breve torneranno a disposizione. Via, niente panico, non mettiamoci a starnazzare cose insensate che spaventerebbero tutti.

Con calma serafica chiedo gentilmente alla creatura di portarmi il PC, così eviterò di spostarmi da questa sedia e cadere a terra come un idiota. La creatura protesta, ma fa il suo.

Con un vago senso di sgomento mi accingo a guardare la posta in entrata, così da distrarmi e non mettere in evidenza le gocce di sudore che scendono imperterrite lungo la mia fronte.

Mi scrive la responsabile di un bel progetto teatrale, dove da anni lavoro con un gruppo eterogeneo di persone disabili e volontari. Li vedrò domani sera e inizieremo a costruire la prima scena del nostro spettacolo.

No, non li vedrò domani sera.

Il progetto è temporaneamente sospeso a causa dell’emergenza covid19, dice la mail.

L’emergenza covid19.

Apro Google e vado subito a leggermi le ultime notizie.

Che sta succedendo, cosa mi è sfuggito? Quella che credevo un’influenza sta assumendo proporzioni enormi, impensabili. Si parla di ospedali nel panico, di un numero di contagiati in crescita esponenziale e poi di morti. Tanti morti. Sono colpito.

Mentre sto lì, davanti al computer, a bocca aperta, leggendo quello che sta accadendo vedo la mia immagine riflessa sullo schermo. Oh mio dio, il mio braccio sinistro non c’è più. Sparito. Volatilizzato. Alzo lo sguardo e con le lacrime agli occhi guardo mia figlia che mi fissa sbigottita.

Che c’è, papà? C’è qualcosa che non va?

Se n’è accorta! Finalmente, anche lei, se n’è accorta! Non sono pazzo, quindi, anche lei ha visto quello che mi sta succedendo, pezzi di me che se ne vanno, che spariscono nel nulla, inspiegabilmente, senza rumore, senza dolore, senza spargimenti di sangue.

Hai una faccia, papà… hai dormito male?

Come ho dormito male, penso, non ho dormito male! Sto semplicemente svanendo piccola mia, e nessuno di voi se ne accorge, nessuno!

Papà? Ti squilla il telefono, non rispondi?

Mentre affogo nel mare dello sconforto e della solitudine di un corpo che svanisce non mi accorgo del telefono che squilla. Lo guardo suonare e lampeggiare sul tavolo, davanti a me, ma non mi decido a rispondere. Mia figlia continua a fissarmi basita.

Papà, ci sei?

Certo che ci sono! Non tutto, anche se è evidente solo a me, ma ci sono.

Pronto. Ciao, io sto bene, sì… eh, lo immaginavo, con tutto quello che sta succedendo… e pensi di recuperale? Certo, capisco… speriamo. A presto, allora.

È successo qualcosa, papà?

La tournée in Toscana, saltata. Tutte le date. Faranno in modo di recuperarle più avanti. Forse. Mia figlia si alza e se ne va in camera sua. Tra poco inizia le lezioni on line. Scuola a distanza. Io rimango inebetito davanti allo schermo, pensando a quello che sta succedendo intorno a me, al virus, alla pandemia, ai morti ma soprattutto a quello che sta succedendo al mio corpo. A me. Sto sparendo, nemmeno troppo lentamente. E nessuno sembra accorgersene.

Mentre tento senza fortuna di riprendere contatto con la realtà scorgo, di nuovo, la mia immagine riflessa nello schermo del computer. Non è finita. Ora è sparito anche l’altro braccio. Sono un orribile tronchetto con una testa posata sopra. Mi viene da piangere ma mi trattengo. Non voglio lasciarmi andare. Se tutto questo ha un significato, io lo devo comprendere. Niente inutili piagnistei. Concretezza, ragazzo, concretezza.

Il telefono torna a squillare. Il display mi dice che è un organizzatore di un Festival che ha comprato un paio dei miei spettacoli per marzo e aprile.

Ma non posso rispondere, non ho più braccia, mani, dita.

Non rispondi?

È la mia compagna che dall’altra stanza mi chiede.

Non ho più voglia, basta. Sono stanco, non voglio più sentire cattive notizie, almeno per oggi.

Non puoi non rispondere. Se fosse importante?

Importante. Certo che è importante, ma non posso, cazzo.

Vuoi che risponda io? Rispondi. Chissà che le tue orecchie funzionino un po’ meglio dei tuoi occhi.

Pronto? … in questo momento non riesce a rispondere, è occupato.

Sì, occupatissimo a capire dove sono finite le mie gambe e le mie braccia.

Certo, capisco. A ottobre? Bene, speriamo.

Speriamo? Come speriamo? Cosa vuole dire speriamo? In che cosa consiste la speranza?

Attendere che accada qualcosa che ripristini una vita di sacrifici e lavoro? C’è una tessera a punti? Un punto per ogni anno della mia vita speso a investire sul futuro? E il bonus quando arriva? A dieci, venti o trent’anni bruciati?

Sono saltate le date. Dice che proveranno a spostare il festival ad ottobre, se riescono. Forse è meglio che inizi a cercarti un altro lavoro. O comunque qualcosa da fare, non credi?

Certo. Hai ragione. Lo credo anch’io.

L’ultimo sguardo al computer mi restituisce un’immagine di me desolante. O forse comica.

È rimasta solo la mia testa, niente più tronchetto. Fantastico.

Ora potrei rotolare amabilmente per casa come un pallone da calcio, oppure posizionarmi su una mensola con un’espressione intensa, a mo’ di soprammobile.

Ma non lo farò, rimarrò qui, su questa sedia, aspettando che accada qualcosa. Speranza.

E qualcosa accade. Mia figlia accende la televisione. A mezzobusto c’è il nostro primo ministro, Giuseppe Conte. Il più amato dalle italiane. Dovrebbe fare l’attore, Giuseppe Conte, è così figo. Parla bene, Conte, parla di tutti i lavoratori costretti a sacrifici a causa della pandemia. Parla di quando finirà, di come potranno tornare al lavoro, a quali condizioni, in quali tempi. E parla anche degli aiuti che il governo stanzierà per ogni categoria. È proprio bravo Conte, non c’è che dire. Bello e bravo. Li sta nominando tutti, pure i centri massaggi e i dog-sitter. Quanto è bravo Conte, porca miseria.

Conte ora ha finito. Ma non ha nominato i lavoratori dello spettacolo. Non è possibile, dai, probabilmente mi sono distratto. Con tutto quello che ho per la testa. Non può essersi dimenticato, suvvia, è troppo bravo e bello Conte.

Mentre mi interrogo vedo nello schermo della televisione l’immagine riflessa del mio salotto. Sulla sinistra mia figlia, sulla destra la mia compagna, al centro niente. Nulla.

Sono sparito, completamente.

Dove è andato papà? Ehi, sono qui, tesoro.

Non saprei. Sarà in camera sua.

No, non sono in camera, sono qui seduto accanto a te.

Perché non sta un po’ con noi?

Sono con voi, qui, non vedi?

Sarà un po’ provato, è stata una giornata dura per lui.

Mi alzo dal divano, o meglio, levito dolcemente e mi dirigo fuori.

Non ho più bisogno di aprire la porta.

Esco.

Fuori c’è silenzio.

Faccio un respiro profondo.

E sorrido.

 

Articolo pubblicato il 20 maggio sull’Eco di Bergamo

Foto di Stefano Ghezzi, Unplash


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