A cura di Rosa Pedale

 

Sono un medico di medicina generale e lavoro da più di 30 anni.

Quello del Medico delle Cure Primarie è, da sempre, un lavoro silenzioso ma , essenziale, filtra e modula l’accesso all’Ospedale, si prende cura della persona, della sua salute e della malattia.

Un tema che mi è molto caro è quello delle violenze domestiche. Da tempo stiamo portando avanti, con  “VIOLA/DAUNA” un’esperienza, unica in Italia, per individuare i segni ed i sintomi di una violenza domestica.

Il mio lavoro è bellissimo ed emozionante perché mi permette di vivere tra la gente e con la gente!

Inizio la mia giornata di lavoro, nell’attimo stesso nel quale accendo il cellulare: ore 6 circa e termino verso le 23.

La ASL ci ha chiesto di essere reperibili h 12 (anche il sabato e la domenica). Io sono attiva:fino a che ce la faccio”.

Il pomeriggio però vado a dormire: “sono e rimango una meridionale“.

In questi tempi di COVID 19, la vicinanza del medico curante è fondamentale: conosce il suo interlocutore/trice da anni, i suoi punti deboli e soprattutto i suoi punti di forza, da usare come risorse per governare la paura.

I contatti con le persone, sono quasi esclusivamente telefonici, non abbiamo presidi di alcun tipo: il territorio come spesso succede, è dimenticato, ed il rischio di essere noi stessi gli untori è reale.

Sono già 4 i medici di medicina generale che sono deceduti per COVID19 e 145 gli infettati.

Le telefonate, che ricevo, sono di tre tipi : 1) pazienti che stanno davvero male (sei o sette) ed ai quali (così come recitano le Linee Guida) siamo noi a telefonare giornalmente per monitorare i sintomi di allarme (febbre, stanchezza, dolori muscolari e respiro) 2) pazienti che sono ai primi sintomi o che stanno venendo fuori da periodi influenzali, per consigliare comportamenti di mantenimento della salute. 3) pazienti che hanno solo bisogno di essere tranquillizzati: i peggiori, incontrollabili se non con le parole-parole-parole. Parole che informano, parole che sostengono, parole che contengono l’angoscia, parole di vicinanza.

Alla fine della mattinata sono già esausta , il carico emozionale è enorme.

Il pomeriggio si riprende: telefonate, mail, sms, whatsapp: tutti i canali virtuali sono aperti.

Ho provato a fare tre visite in videochiamata, ma è una pratica che è percorribile solo con le persone giovani-adulte, gli anziani non sono in grado di utilizzare questi strumenti.

Va poi aggiunto che ci sono le altre patologie croniche e non (i tumorali per esempio) che comunque hanno il loro tempo di gestione, seppure per questi, tutto si svolge “normalmente”.

Ma la parola normalità, di questi tempi, ha un senso?

Alla prossima cara amica per descriverti “una normale giornata di lavoro” 😊

 

Foto di chrini da Pixabay

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