di Agnese Onofri

In un momento in cui conflitti e crisi umanitarie sembrano collassare ogni confine morale, la spedizione nota come Global Sumud Flotilla (Flottiglia della Resistenza) si impone come atto simbolico e concreto: rompere il blocco navale imposto su Gaza per portare aiuti, denunciare gli effetti della guerra e riaffermare il valore di diritti inviolabili. Il messaggio che accompagna questa missione richiama affermazioni che anche Cittadinanzattiva ha sostenuto con nettezza: la fame non può essere usata come arma di guerra, la violenza non è una via d’uscita, e la libertà di stampa va difesa in ogni scenario.

Il percorso e gli ostacoli iniziali 

La Flotilla è partita da vari porti – tra cui Tunisia, Spagna, Italia – con l’intento di convergere verso Gaza senza fare “scali intermedi” che depotenziassero la forza simbolica dell’iniziativa. Tuttavia, fin dai primi giorni, le navi sono state costrette a ritardi per maltempo e attacchi segnalati con droni. In una delle prime navi coinvolte, la “Alma”, è stato denunciato un colpo di drone che ha provocato un incendio sul ponte superiore, mentre altri episodi simili sono stati attribuiti ad attacchi con droni nelle vicinanze delle imbarcazioni. In risposta, la Flotilla ha denunciato che il ragionamento dietro le richieste di Israele (ovvero di trasferire gli aiuti su porto israeliano o far attraccare le imbarcazioni) fa parte di un modello strutturale volto a “controllare, ritardare o negare” l’assistenza umanitaria.
Nonostante le difficoltà, la Flotilla ha deciso di proseguire. Dopo una breve pausa in acque greche per riparazioni, la missione ha ripreso rotta verso Gaza con circa 47 imbarcazioni con a bordo attivisti, avvocati, parlamentari, giornalisti e operatori umanitari.
Nel frattempo, l’Italia e la Spagna hanno schierato navi militari con funzioni principalmente di scorta e assistenza, pur ribadendo che non si tratta di un’azione militare offensiva.

L’escalation degli ultimi giorni 

Negli ultimi giorni la tensione è salita notevolmente. Le navi della Flotilla si sono avvicinate progressivamente alla zona definita “a rischio” (entro 120–150 miglia nautiche da Gaza), dove operazioni di intercettazione diventano più probabili. Il giorno 1 ottobre, le forze israeliane hanno imposto un “alt” alle imbarcazioni, iniziando l’abbordaggio da parte della Marina israeliana a partire dalla nave “Alma”. Gli attivisti hanno denunciato che sono stati utilizzati idranti e bombe stordenti nel tentativo di convincere i mezzi a spegnere i motori.
Da parte israeliana, circa 13 imbarcazioni sono state intercettate in mare e i passeggeri trasferiti in un porto israeliano, secondo quanto comunicato dal ministero degli Esteri israeliano. In uno dei casi più simbolici, è stato riferito che Greta Thunberg, a bordo della Flotilla, sia stata arrestata dalle forze militari israeliane, sebbene ufficialmente l’autorità israeliana abbia dichiarato che è “contenuta e al sicuro”.
Un’ulteriore complicazione è emersa qualche giorno prima, quando il “barco principale” della spedizione, la nave Family, ha dovuto abbandonare la missione per un grave guasto al motore, costringendo il trasferimento delle persone a bordo di altre imbarcazioni. Alcuni sospettano che vi possa essere stato sabotaggio, ma gli organizzatori non escludono motivi tecnici dovuti all’età delle imbarcazioni. Nonostante ciò, la Flotilla ha ribadito che continuerà fino in fondo, rifiutando la proposta italiana di scaricare gli aiuti a Cipro per un successivo trasferimento controllato.
La situazione ha generato forti tensioni diplomatiche: l’Italia ha deciso che la propria fregata avrebbe smesso di scortare le navi una volta che queste avessero raggiunto la distanza di 150 miglia nautiche da Gaza, riducendo così la copertura nella fase più critica. Il governo italiano, da parte sua, ha invitato il convoglio ad accettare una trattenuta a Cipro, offerta che la Flotilla ha però respinto, definendo tale proposta come una svendita dei valori che la missione intende difendere.
Sul fronte legale e morale, intervenendo a una conferenza stampa, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha rimarcato che la Flotilla si trova pienamente nella legalità, mentre è l’assedio a Gaza a essere da oltre settant’anni frutto di un’occupazione illegale. Albanese ha anche elogiato la resistenza paziente dei partecipanti contro intimidazioni e attacchi. Contestualmente, è emerso che l’Istituto Friedman, con sede in Italia, intende presentare un esposto alla procura romana per indagare possibili legami finanziari tra la Flotilla e Hamas, sulla base dei documenti divulgati da Israele. Gli organizzatori respingono fermamente ogni accusa.

Significato e tensione simbolica 

La spedizione della Flotilla non è solo una missione umanitaria: è un atto di denuncia globale. Il convoglio vuole portare con sé non solo medicine e alimenti, ma anche il messaggio che i civili non possono essere usati come ostaggi in una strategia di guerra, che la fame imposta su popolazioni assediate è un crimine che violenta il diritto internazionale, e che la comunità internazionale non può delegittimare chi si espone in prima persona. In questo senso, l’azione si intreccia con la richiesta di tutela della libertà di stampa e della protezione dei giornalisti che operano nei teatri di guerra, poiché sono loro a documentare le conseguenze quotidiane del conflitto. Oggi, più che mai, la Flotilla è simbolo di una sfida civile: affermare che non si può restare spettatori silenziosi, che le norme internazionali non sono carta straccia e che esistono ancora persone disposte a rischiare per far emergere l’umanità nelle pieghe più oscure del conflitto. Ma è anche un banco di prova concreto: fino a che punto la comunità internazionale – governi, organizzazioni, opinione pubblica – sarà disposta a tradurre le parole in azioni concrete, come richiesto da Cittadinanzattiva: cessate il fuoco, protezione degli operatori, corridoi umanitari, rispetto della libertà di stampa e responsabilità per ogni violazione?

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