Comunicato stampa          Bologna 20 luglio 2026
Abderrahim Fakir, 43 anni, è morto ieri in via Svevo, al Pilastro, mentre veniva immobilizzato a terra durante un intervento della Polizia. Viveva in Italia da quando ne aveva sette, lavorava, aveva dei dipendenti. Chi ha ripreso la scena dalle finestre ha registrato minuti in cui lo si sente chiedere aiuto senza ricevere risposta. La Procura di Bologna ha disposto l’autopsia, ha acquisito le immagini delle bodycam e ha aperto un procedimento per omicidio colposo.
Cittadinanzattiva Emilia-Romagna esprime sgomento per una morte che nessuna spiegazione tecnica può rendere accettabile. Un uomo muore mentre è a terra, ammanettato ai polsi e alle caviglie, disarmato, con quattro operatori del 118 che secondo la cronologia dell’Ausl restano in attesa di poter intervenire. Davanti a questo, il primo dovere delle istituzioni è la trasparenza, non la difesa d’ufficio.
C’è un elemento che ci preoccupa in modo particolare. La Procura ha iscritto i due poliziotti e i quattro sanitari nel nuovo “registro delle annotazioni preliminari”, il modello 45 bis introdotto dal decreto sicurezza: è la prima volta che accade in Italia. È una norma pensata come garanzia per chi opera in presenza di una possibile causa di giustificazione. La garanzia per gli operatori è legittima, ma non può tradursi in un accertamento più tiepido quando in gioco c’è la vita di una persona. Un uomo è morto: la verità gli è dovuta con lo stesso rigore che si applicherebbe a chiunque.
«Abbiamo già visto morire persone così, tenute a terra mentre chiedevano di respirare», dichiara Anna Baldini, segretaria regionale di Cittadinanzattiva Emilia-Romagna. «Federico Aldrovandi qui in Emilia, Stefano Cucchi a Roma: nomi diversi, la stessa scena che si ripete. Ogni volta ci viene chiesto di aspettare, e ogni volta le famiglie devono lottare per anni per avere una verità che dovrebbe essere dovuta dal primo giorno. Ai suoi familiari va garantita la verità, subito e per intero, e va garantito che una norma nuova non diventi una scorciatoia per chiudere in fretta.»
Chiediamo alle istituzioni tre cose concrete. Che l’indagine proceda con rapidità e che i suoi esiti, comprese le immagini delle bodycam e dei testimoni e la ricostruzione minuto per minuto dell’intervento sanitario, siano trattati con piena trasparenza. Che ai familiari di Abderrahim Fakir sia garantito accesso agli atti e un’assistenza legale e psicologica adeguata, perché nessuno debba affrontare da solo la morte di un fratello e insieme la fatica di farsi ascoltare. Che l’applicazione del nuovo registro non abbassi lo standard dell’accertamento: la protezione di chi indossa una divisa e la ricerca della verità su una morte devono convivere, non escludersi.
Il Pilastro non è uno sfondo di cronaca. È un quartiere che quest’anno compie sessant’anni, dove decine di persone sono scese in strada e altre distribuivano acqua ai residenti e ai cronisti sotto il sole. Sono state le stesse famiglie a invitare alla calma mentre chiedevano giustizia. Quella comunità merita rispetto, non l’etichetta di periferia difficile che troppo spesso accompagna chi ci abita. La fiducia tra cittadini e forze dell’ordine si costruisce garantendo che, quando qualcosa non funziona, lo Stato lo riconosca e lo dica.
Cittadinanzattiva Emilia-Romagna sarà accanto ai familiari di Abderrahim Fakir e alla comunità del Pilastro, e seguirà ogni passaggio della vicenda perché la richiesta di verità non resti sola.

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