di Alessandro Cossu, vice segretario regionale 

Il decreto del ministro della Salute porta la data del 26 giugno, la Gazzetta Ufficiale quella del 24 agosto. In mezzo, sette allegati tecnici che riscrivono il modo in cui prenoti una visita, ricevi un promemoria, disdici un appuntamento e ottieni una tutela quando il posto nei tempi previsti non esiste. Il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028 prova a cambiare una cosa molto concreta: chi deve darsi da fare per ottenere in tempi utili una prestazione o un’analisi. Fino a oggi tocca a te. Richiami il Cup ogni settimana per vedere se si è liberato uno slot, ti sposti in un’altra Asl, oppure paghi e vai dal privato o in intramoenia. Il Piano dice che quella ricerca deve farla il servizio sanitario.
Vale la pena guardare i numeri su cui questo modello va a innestarsi. Il primo bollettino Agenas costruito sulla Piattaforma nazionale delle liste di attesa racconta un primo semestre 2026 in miglioramento: un milione e 624 mila visite ed esami in più erogati entro i tempi massimi rispetto allo stesso periodo del 2025, con le prime visite salite dal 76,4% al 78,5% e la diagnostica dall’82,8% all’84,6%. Nello stesso semestre, però, restano fuori soglia quasi 2 milioni e 800 mila prestazioni. Il quadro migliora e resta pesante, ed è dentro questa forbice che il nuovo Piano dovrà dimostrare di funzionare.
L’innovazione più rilevante per chi aspetta si chiama prelista, o lista di tutela. Quando il Cup non trova una disponibilità compatibile con la classe di priorità scritta sulla ricetta, la tua richiesta viene registrata e il “sistema” ti richiama, o almeno dovrebbe. Il Piano fissa anche i tempi entro cui deve arrivarti una proposta: cinque giorni per la classe B, dieci per le visite in classe D, quindici per la diagnostica in D, trenta per la classe P. Qui però si apre la distinzione che deciderà tutto, perché il termine entro cui il servizio deve ricontattarti non coincide con il termine entro cui deve erogarti la prestazione. Immagina un esame in classe B, da garantire entro dieci giorni: il Cup ti richiama al quinto giorno, come previsto, e ti propone una data fra tre settimane. La procedura di presa in carico ha funzionato, il tuo diritto a essere visitato entro dieci giorni no.
La prelista funziona come tutela finché resta uno strumento per trovare in fretta una soluzione, e diventa un problema se si trasforma in un secondo binario dove parcheggiare le richieste che il sistema non riesce a soddisfare. Il Piano prevede sistemi di monitoraggio e stabilisce che la presa in carico rientri nel calcolo dell’attesa. Sarà l’applicazione a dire quale delle due cose sarà davvero. Un caso a parte riguarda le prestazioni in classe U, per le quali le preliste non sono previste. La scelta è coerente con la natura dell’urgenza, che mal si concilia con un richiamo differito, ma resta da capire cosa accade quando la disponibilità entro 72 ore non esista. Sono proprio queste le prestazioni in cui la distanza tra un intoppo amministrativo e un danno clinico si accorcia, e i dati Agenas dicono che le prime visite urgenti erogate nei tempi sono passate dal 77,7% all’81% nel primo semestre 2026: una su cinque arriva ancora tardi.
La stessa logica di presa in carico arriva ai ricoveri programmati, dove però conviene distinguere fra la norma e la prassi. Se l’ospedale in cui sei in lista non riesce a rispettare il tempo massimo della tua classe di priorità, il sistema di garanzia regionale dovrà individuarti una struttura alternativa con livelli assistenziali equivalenti, tenendo conto di quanto è vicina e di come ci arrivi, e soprattutto senza azzerare l’attesa già maturata: nel passaggio da una lista all’altra la data di ingresso ti segue. Il Piano prevede poi che al momento dell’inserimento in lista ti venga consegnato un documento con la classe di priorità assegnata, il tempo massimo corrispondente e i riferimenti a cui chiedere informazioni, con le stesse informazioni disponibili sul Fascicolo sanitario elettronico. Qui la novità sta nella forma, non nel principio: il Piano 2019-2021 stabiliva già che al momento dell’inserimento in lista al cittadino andassero comunicate le informazioni sul ricovero, la classe di priorità e i relativi tempi massimi, e che ciascun paziente potesse chiedere di prendere visione della propria posizione. Chi entra oggi in una lista chirurgica quel foglio quasi mai lo riceve. Il problema non era la regola mancante, era la sua inesigibilità, e un documento scritto che ti dice da quando decorre l’impegno dell’ospedale è la cosa che rende quella regola verificabile. Sempre che venga consegnato.
Molto dipenderà da come le Regioni tradurranno tutto questo. Regioni e Province Autonome hanno 120 giorni per adottare i propri Piani, poi da aggiornare ogni anno, e da quei documenti dipenderanno le modalità operative del Cup, il funzionamento del recall, i canali per disdire, le procedure per attivare una tutela e quelle per giustificare un’assenza. Il rischio ha un nome preciso: un diritto scritto in modo uniforme che si traduce in ventuno modi diversi di esercitarlo. Le distanze di partenza sono già ampie: sulle prime visite la Basilicata risulta prima in Italia con il 98,9% di prestazioni nei tempi, il Lazio si ferma al 91,6% e la Provincia autonoma di Trento al 54,7%. Anche il vertice della classifica va però maneggiato con cautela, perché la Basilicata colloca in classe P, quella con 120 giorni di tempo, circa l’85% delle prenotazioni. Agenas ha giudicato quella concentrazione poco coerente con prime visite ed esami che non siano semplici controlli, e ha aperto un confronto con le Regioni.
Sul fronte opposto, quello dei doveri dell’assistito, il Piano è molto più netto. Il Cup dovrà ricordarti la data e permetterti di confermare o cancellare anche da remoto, almeno due giorni lavorativi prima. Insieme al promemoria arriva la responsabilità: chi non si presenta senza aver disdetto e senza una causa di forza maggiore o un’impossibilità sopravvenuta paga la quota ordinaria di partecipazione alla spesa, anche se è esente dal ticket. La logica regge, perché un appuntamento prenotato e mai disdetto è uno slot che nessun altro può usare e il danno ricade su chi sta ancora aspettando. Quanto pesi davvero il fenomeno, però, nessuno lo misura a livello nazionale. Le stime che circolano oscillano fra il 10 e il 20% delle prenotazioni, cifre elaborate su medie internazionali. Il dato più solido arriva dalle Regioni che hanno cominciato a contare: la Regione Lazio dichiara che gli appuntamenti non disdetti e non utilizzati sono circa il 5% del totale, e il presidente Francesco Rocca ha quantificato in 160 mila le persone che ogni anno non si presentano. Su sei milioni e mezzo di prestazioni prenotate attraverso il ReCUP, la proporzione torna.
Il Lazio, del resto, ha già fatto quello che il Piano ora generalizza, e conviene guardarci dentro. Da febbraio 2026 chi salta un appuntamento senza disdirlo riceve una sanzione pari al valore massimo del ticket, 41,95 euro, e a maggio il Policlinico Umberto I si è rivolto ad Agenzia delle Entrate-Riscossione per incassare gli arretrati. Se la mancata disdetta produce un addebito, diventa decisivo stabilire chi risponde quando il promemoria non arriva. Un errore nell’invio, un numero di telefono vecchio, un canale che non funziona sono guasti dell’infrastruttura, e non sarebbe ragionevole scaricarne il costo su di te. Lo stesso vale per il resto della digitalizzazione: prenotare e disdire online semplifica la vita a chi ha uno smartphone, una connessione e un’identità digitale attiva, mentre se lo sportello telefonico e quello fisico restano formalmente aperti ma di fatto irraggiungibili, la tecnologia produce una nuova barriera invece di abbatterne una.
Restano poi le eccezioni. Il Piano parla di forza maggiore e impossibilità sopravvenuta, e le Regioni stanno costruendo i propri elenchi: il Lazio, per esempio, chiede di documentare l’evento e inviare il modulo alla Asl entro trenta giorni. Un imprevisto può rendere materialmente impossibile una disdetta senza lasciare traccia scritta, e situazioni identiche rischiano di essere trattate in modo diverso a seconda del confine regionale.
Messe una accanto all’altra, le due inadempienze viaggiano a velocità diverse. Se sei tu a non usare un appuntamento prenotato, la conseguenza è immediata, individuabile e quantificata in euro. Se è il servizio a non offrirtene uno nei tempi, entri in una procedura di tutela, finisci in una prelista e aspetti che il sistema trovi un’alternativa. La tutela esiste, il Piano la prevede, cambia il grado di immediatezza con cui puoi esigerla. L’integrazione delle agende pubbliche, private accreditate e intramurarie dentro un Cup unico aumenta le possibilità di trovare una data, a una condizione: che serva a garantire la prestazione e non a indirizzarti verso un professionista da pagare di tasca tua. La linea è sottile, e i comportamenti dei cittadini dicono da che parte si sta scivolando. Secondo l’indagine Piepoli realizzata per la Fnomceo a giugno 2026, il 59% ha rimandato o rinunciato a prestazioni a causa dei tempi e il 54% di chi trova una data troppo lontana paga il privato. L’Istat, nel Rapporto annuale 2025, ha misurato che il 9,9% della popolazione ha rinunciato nel 2024 a visite o esami di cui aveva bisogno, 5,8 milioni di persone, con le liste d’attesa indicate come motivo principale dal 6,8% contro il 2,8% del 2019.
C’è infine il capitolo trasparenza, che il Piano rende più strutturato con controlli sui siti di Regioni e aziende sanitarie, su accessibilità, tempi pubblicati e possibilità di prenotare online, e con un glossario scritto per i cittadini e distinto da quello tecnico. La qualità dell’informazione conterà quanto la sua quantità. Un tempo medio di attesa aggregato non ti dice nulla se hai in mano una ricetta con una classe di priorità e un quesito diagnostico: ti serve sapere dove e quando puoi fare quella prestazione, e cosa succede se nessuna disponibilità rientra nel termine. Su questo Cittadinanzattiva insiste da tempo. Il Rapporto PIT Salute 2026, costruito su 14.176 segnalazioni raccolte nel 2025, registra che il 48,2% riguarda le difficoltà di accesso e che dentro quel blocco il 62,2% denuncia tempi troppo lunghi e il 37,2% problemi già in fase di prenotazione, con le agende chiuse in prima fila. Nel monitoraggio nazionale mancano ancora i dati per singola Asl e quelli sui percorsi di garanzia effettivamente attivati, che sono poi il cuore della riforma.
Cup interoperabili, agende integrate con il privato accreditato, gestione delle preliste, recall e monitoraggio trimestrale compongono un impianto organizzativo pesante. Il Piano stabilisce che tutto vada realizzato con le risorse umane, finanziarie e strumentali già disponibili, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, e la Conferenza Stato-Regioni ha chiesto di verificare la congruità di quelle risorse. Il cambiamento di fondo resta comunque significativo: quando l’appuntamento non c’è, dovresti smettere di fare da intermediario fra il tuo bisogno di salute e l’organizzazione del servizio, perché a cercare la soluzione ci pensa il sistema. Quanto quella presa in carico sarà reale lo diranno le prossime rilevazioni. La differenza tra una procedura amministrativa e una tutela del diritto alla salute non sta nella registrazione della richiesta, e nemmeno nella telefonata di richiamo. Sta nella capacità del servizio di darti la prestazione entro il tempo previsto, oppure di attivarne un’alternativa senza chiederti un euro in più.

 

immagine di copertina: Ben White su Unsplash

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