di Maria Antonietta Sassani

La guerra e la violenza sulle donne hanno le stesse radici

Anche quest’anno la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne sarà celebrata in un contesto di grandi tensioni sociali, politiche ed economiche, ma soprattutto di una violenza diffusa e senza limiti.
Se cerco di associare la parola “violenza” ad una sua concreta rappresentazione, per prima cosa penso alla guerra, ma, subito dopo, alla violenza sulle donne e questa sequenza mi fa riflettere su quanto i due nefasti fenomeni abbiano in comune.
La guerra è espressione di un potere che si afferma con la sottomissione dell’altro, dove l’altro è visto come un nemico, dove l’aggressività é simbolo di forza e dove la volontà del più forte prevale sui diritti dell’altro e viene imposta con ogni mezzo.
Ma questo modello culturale non richiama forse il patriarcato, dove la violenza sulle donne ha le sue radici?
Pensiamo alle caratteristiche del militarismo, quali la gerarchia, l’obbedienza, l’imposizione di ordini e regole non condivise, e potremmo dire che sulla stessa logica si fonda il rapporto insano fra uomini violenti e donne sottomesse.
Da sempre l’esaltazione del valore delle armi è sinonimo di virilità, intesa come supremazia, che si esprime con arroganza e prepotenza e che trova la sua massima esternazione nella guerra, ma come non vedere le assonanze con quella violenza maschile che trova la sua massima espressione nel femminicidio?
Come non vedere che dove impera l’autoritarismo maschilista aumenta la propensione alla guerra e la repressione femminile?
Non vi è dubbio che le donne sono quelle che subiscono le peggiori sofferenze e atrocità in tutte le guerre, sia quelle fra nazioni, sia quelle di genere, perché si può dire che anche quella di genere è una guerra, dove troppe donne sono uccise, ferite, sfregiate e umiliate, con l’aggravante che non viene combattuta ad armi pari.
E’ fin troppo facile comprendere perché le donne non amano la guerra, anche se la storia (e non solo quella antica) ci insegna che non mancano le eccezioni, specialmente quando si è trattato di preservare posizioni di potere, ma che sempre eccezioni restano.
E’ pur vero che ormai le donne sono entrate nelle forze armate, ma nel nostro Paese la guerra offensiva è ripudiata per legge e i nostri militari devono avere altri compiti.      Comunque, se si tratta di difendere valori fondanti come la libertà o la giustizia, le donne non si sono mai tirate indietro, come dimostrato, ad esempio, dal   loro ruolo nella Resistenza, questo significa che sono anche capaci di combattere, ma per lealtà e coraggio, non per passione.
Le donne non possono amare la guerra. Esse sono naturalmente portatrici di vita e la loro secolare esperienza di fragilità, di emarginazione e di discriminazione le porta al pacifismo ed al rifiuto delle ingiustizie, legando saldamente le lotte per la parità a quelle per la pace.
Il novecento ha visto nascere i movimenti femministi e pacifisti, grazie alle iniziative ed alla determinazione delle prime fondatrici.
Il 28 aprile 1915, in piena guerra, per la prima volta nella storia, più di 1100 delegate, provenienti da dodici paesi, si riunirono fra mille difficoltà in Olanda nel Congresso Internazionale, per opporsi alla prima guerra mondiale (per l’Italia era presente Rosa Genoni); questo incontro sanciva la nascita di un nuovo movimento, il femminismo pacifista, che chiedeva uguali diritti per uomini e donne e l’impegno a ricercare soluzioni pacifiche delle controversie internazionali.
Al termine del congresso, venne istituito il Comitato Internazionale delle donne per la Pace e la libertà, che, nel 1919 si trasformò nella Women’s International League for Peace and Freedom, tutt’ora attiva in 33 Paesi.
Dopo quel congresso, in tutto il mondo sono nati movimenti femminili ispirati agli stessi valori.
Fra le tante iniziative, mi piace ricordare la clamorosa protesta delle donne di Pietroburgo, che, l’8 marzo 2017 si riunirono chiedendo “pane e pace” e, venendo a tempi più recenti, il movimento delle “Donne in nero”, nato a Gerusalemme nel 1988, che vedeva gruppi di israeliane e palestinesi manifestare silenziosamente contro la guerra, per arrivare ai nostri giorni, che vedono le coraggiose manifestazioni, femministe e pacifiste, delle donne afghane e iraniane.
L’impegno delle donne ha trovato riconoscimento nella Risoluzione n. 1325/2000 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con la quale è stata istituita l’”Agenda Donne, Pace e Sicurezza”, che imponeva alle parti in conflitto di rispettare i diritti delle donne e si invitavano gli Stati a coinvolgere le donne nei negoziati di pace.
Nella stessa linea si poneva, il Parlamento Europeo, con la Risoluzione 2005/ 2215, dove si affermava che la storia aveva ben dimostrato come siano soprattutto gli uomini a dedicarsi alla pratica della guerra e come, invece, le donne siano propense al dialogo e alla non violenza. La conferma era venuta da uno studio del Parlamento Europeo del 2019, da cui emergeva che, dall’esame di 82 accordi di pace intervenuti fra il 1989 e il 2011, quelli con firmatarie donne risultavano associati ad una pace più duratura.
Possiamo concludere che le donne, ancora oggi vittime di inaudite violenze, restano un punto fermo di riferimento per la sopravvivenza di valori socialmente fondamentali, perché le parole Pace e Giustizia sono di genere femminile.

Buon 25 novembre a tutti!


Segui #lepilloledicittadinanzattiva

#lepilloledicittadinanzattiva