di Alessandro Cossu, vicesegretario regionale
In queste settimane ho seguito con attenzione le mobilitazioni di migliaia di studentesse, studenti, lavoratrici e lavoratori in molte città italiane, dai cortei studenteschi del 16 ottobre fino allo sciopero generale del 30. Chiedono scuole sicure e finanziate, trasporti e materiali didattici che le famiglie possano permettersi, affitti sostenibili, salari che reggano il carovita, scelte diverse su come lo Stato spende le risorse pubbliche. Li guardo con rispetto, perché chi scende in strada per i propri diritti, e per quelli di chi verrà dopo, fa cittadinanza attiva nel senso più pieno.
Manifestare è un atto politico nel senso più alto della parola, perché riguarda la vita della comunità. La Costituzione lo riconosce quando tutela il diritto di riunirsi pacificamente e senza armi (articolo 17) e il diritto di sciopero (articolo 40), e con l’articolo 118 chiede alla Repubblica di favorire l’iniziativa autonoma dei cittadini per l’interesse generale. L’articolo 17 dice anche una cosa che spesso si dimentica: per riunirsi in un luogo pubblico basta darne preavviso alla questura, non serve chiedere un permesso, e l’autorità può vietare una manifestazione solo per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. La piazza appartiene ai cittadini prima che a chi la regola. Quando vedo ragazze e ragazzi che prendono la parola su scuola, lavoro e futuro, penso a un Paese che crede ancora di poter cambiare le cose, e le istituzioni hanno il compito di prendere sul serio le loro richieste.
Il diritto di manifestare, però, vive solo se chi manifesta può esercitarlo con alcune garanzie concrete. Chi partecipa a un corteo deve poter esprimere le proprie idee, anche le più critiche verso il Governo, senza temere conseguenze per ciò che dice o scrive sugli striscioni. Deve poter contare sulla propria integrità fisica, su soccorsi rapidi in caso di bisogno e su un avvocato se viene fermato, e deve sapere perché lo si ferma. I giornalisti e chiunque documenti quello che accade devono poter lavorare senza ostacoli. I dati e le immagini di chi sfila, soprattutto dei minorenni, vanno trattati con la cura che la legge prevede, perché nessuno dovrebbe sentirsi schedato per aver preso parte a una protesta. Per questo mi aspetto che questori, prefetti e forze dell’ordine gestiscano le piazze secondo una logica di non violenza: dialogo con chi organizza, scelte che abbassano la tensione, uso della forza solo come ultima risorsa e in misura proporzionata. Chi indossa una divisa rappresenta lo Stato e deve dare l’esempio.
Allo stesso modo, prendo le distanze da chi lancia sassi e bombe carta, saccheggia negozi o danneggia scuole e sedi pubbliche. Questi gesti colpiscono persone e beni comuni, tolgono la scena alle migliaia di manifestanti pacifici e offrono un argomento a chi vorrebbe restringere gli spazi del dissenso. Per questo chiedo alle istituzioni di tenere distinti i pochi responsabili delle violenze dalle tante persone che protestano in pace.
È il punto che mi preoccupa nel decreto-legge 190 del 22 ottobre, in vigore dal giorno successivo. Il testo introduce il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni, sanzioni economiche per i genitori dei minori coinvolti in alcuni reati e la possibilità per il questore di vietare per un anno la partecipazione ai raduni, anche ai ragazzi dai 14 anni in su. Chi compie violenze deve risponderne, ma un divieto di manifestare per un quattordicenne incide su un diritto costituzionale in un’età in cui si impara a esercitarlo. Nei sessanta giorni della conversione in legge il Parlamento dovrebbe verificare che queste norme colpiscano i comportamenti violenti senza scoraggiare la partecipazione pacifica. Accanto alle sanzioni servono scuola, servizi educativi e spazi di ascolto.
Le misure di ordine pubblico, del resto, non rispondono a queste piazze. Le ragazze e i ragazzi pongono questioni aperte da anni: scuole che in molte zone del Paese non sono sicure, costi crescenti per studiare e per spostarsi, affitti fuori portata, lavori pagati poco che spingono tanti giovani a partire. Il Presidente della Repubblica ha chiesto di non guardare ai giovani con «indifferenza o, peggio, meschina sottovalutazione». Governo e Parlamento devono adottare finalmente politiche capaci di affrontare questi nodi: investimenti stabili sull’edilizia scolastica, un diritto allo studio che copra trasporti, libri e alloggi, misure per la casa e per il lavoro dei giovani costruite insieme a chi le vivrà.
C’è poi un’altra strada per alzare la voce quando una regola sembra ingiusta, ed è la disobbedienza civile non violenta. Ne abbiamo parlato nella puntata 17 del podcast di Cittadinanzattiva, “Disobbedienza civile e attivismo”, ripercorrendo la marcia del sale guidata da Gandhi nel 1930, i Freedom Riders che sfidarono la segregazione sugli autobus americani, i quattro attivisti che nel 1966 entrarono in un bar di New York dichiarandosi omosessuali e chiedendo da bere. Hannah Arendt lo spiegava bene: chi disobbedisce civilmente agisce alla luce del sole, senza tornaconto personale, con l’obiettivo di migliorare le leggi. Accetta le conseguenze di quello che fa e rifiuta la violenza. Interrompe la normalità per aprire un dibattito pubblico e portare un tema all’attenzione di tutti.
Per questo mi auguro che studentesse, studenti, lavoratrici e lavoratori continuino a far sentire la propria voce con gli strumenti della democrazia: le assemblee, gli scioperi, i cortei, le azioni di disobbedienza civile pubbliche e non violente. E chiedo al Governo, al Ministero dell’Istruzione e del Merito e alle amministrazioni locali di aprire tavoli di ascolto con chi oggi è in piazza, e di tradurre quell’ascolto in scelte concrete, con tempi e risorse definiti.
L'immagine in evidenza è di Riccardo Giori





